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Cenacolo Vinciano di Leonardo da Vinci

Il Cenacolo Vinciano: la spettacolare rappresentazione dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci

Il Cenacolo Vinciano è la spettacolare rappresentazione dell’Ultima Cena eseguita da Leonardo da Vinci, uno dei dipinti più famosi al mondo.

L’Ultima Cena fu commissionata a Leonardo da Vinci da Ludovico Sforza, detto il Moro, all’epoca duca di Milano. Ludovico il Moro ordinò la realizzazione del dipinto per celebrare la casata degli Sforza ed abbellire la chiesa di Santa Maria delle Grazie, a Milano.

Leonardo da Vinci fu uno dei più grandi geni dell’umanità. Scienziato, inventore, artista italiano, è sempre stato un passo avanti agli altri. Questo grandioso capolavoro, di rara bellezza, testimonia il suo innato talento. Il Cenacolo Vinciano ancora oggi attira tantissimi visitatori da tutto il mondo.

L’opera, che misura 880 cm di lunghezza e 460 cm di altezza, fu realizzata in 4 anni, tra il 1494 e il 1498. Questo celebre capolavoro è custodito all’interno del refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie, al centro di Milano.

L’Ultima cena di Leonardo da Vinci è avvolta da numerosi misteri ed enigmi. Rischiò addirittura di andare perduta durante i bombardamenti del 15 Agosto del 1943, che distrussero il refettorio, ma si salvò miracolosamente.

In questo articolo cercheremo di raccontarvi la straordinaria bellezza del Cenacolo Vinciano e le ragioni che hanno reso questo dipinto così celebre al mondo.

Il Cenacolo Vinciano: analisi dell’opera

Analizziamo insieme quest’opera grandiosa. Innanzitutto il Cenacolo Vinciano rappresenta l’Ultima Cena tra Gesù ed i suoi discepoli. Il quadro immortala un momento ben preciso, l’attimo in cui Gesù saluta gli apostoli e rivela loro che qualcuno dei presenti lo tradirà.

Leonardo da Vinci ha voluto cogliere proprio l’istante in cui Gesù ha appena terminato di parlare, rivelando agli apostoli del futuro tradimento. Un annuncio inaspettato che avviene con le parole, che ritroviamo nel Vangelo di Giovanni : “In verità, in verità vi dico che uno di voi mi tradirà”.

Al centro del dipinto troviamo proprio Gesù: eroico, possente, calmo e sicuro del suo destino. È l’occhio del ciclone, intorno al quale si scatena la bufera di emozioni.

Chi è quello che lo tradirà? Ognuno reagisce a suo modo dopo a questa dichiarazione e sono proprio i gesti a parlare. Qualche apostolo appare più curioso, chi più riservato, qualcuno chiede spiegazioni o si affida alle interpretazioni degli altri, c’è chi si preoccupa di discolparsi, ed infine chi si sente in colpa, nonostante non sia il destinatario delle parole di Gesù.

Nel Cenacolo Vinciano, Leonardo da Vinci mette in scena le numerose sfumature psicologiche. Rappresenta il mare di emozioni che travolge gli apostoli, i cosiddetti moti dell’anima.

L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci non celebra il momento dell’eucaristia, in cui Gesù benedice il pane ed il vino, ma vuole sottolineare il tradimento di Gesù. Raffigura l’effetto di questa terribile rivelazione, che si diffonde come un’onda d’urto su tutti gli apostoli.

Da notare come gli apostoli siano rappresentati tutti dalla stessa parte del tavolo e non intorno alla tavola, come in altre rappresentazioni dell’epoca. Giuda Iscariota, il traditore, è quindi posto sulla stessa linea degli altri. Questa scelta potrebbe essere dovuta all’importanza del libero arbitrio: Giuda in quel momento aveva ancora del tempo per ricredersi.

Il traditore quindi non è isolato, ma Leonardo da Vinci lo mischia insieme agli altri. Sta a noi spettatori individuarlo, seguendo le precise tracce. Una relazione sottile, quasi invisibile, lega Giuda a Gesù, i soli a conoscere la verità, legati da una consapevolezza dolorosa.

Il Cenacolo Vinciano: una tecnica rivoluzionaria ma imperfetta

Per realizzare il Cenacolo Vinciano, Leonardo da Vinci sperimentò una tecnica rivoluzionaria, ma purtroppo imperfetta. Non dipinse un affresco, bensì una pittura murale. Si tratta di una tecnica a secco sperimentale, la stessa tecnica usata per dipingere su tela. Era come se stesse dipingendo su un quadro, a piccoli tratti.

Il colore a tempera grassa veniva dato direttamente sull’intonaco fresco. Questo gli consentiva una stesura più lenta, che permetteva ripensamenti e successive correzioni, come era solito apportare. Leonardo amava infatti lavorare con estrema calma. Il suo metodo di lavoro fu alquanto bizzarro. A volte continuava a dipingere ininterrottamente dall’alba al tramonto, altre volte si limitava a dare un colpo di pennello alla parete.

Purtroppo però, questa tecnica rese l’opera fragile. Non permise la sua conservazione nel tempo, ed il dipinto si deteriorò ancora prima che Leonardo da Vinci lo concludesse.

I colori infatti non ressero e si staccarono per lo sbalzo termico, l’umidità, la condensa, dovuta alla posizione confinata con la cucina. Il degrado proseguì quindi inesorabile.

Ci è voluto un restauro ventennale, di Pinin Brambilla Barcilon, terminato solo nel 1999, a recuperare il recuperabile, sufficiente però a giusticarne il grande successo. Quello che emerse fu infatti un lavoro artistico meraviglioso e di straordinaria bellezza.

Il Cenacolo Vinciano: massimo realismo e prospettiva

Esaminiamo ora due aspetti innovativi del Cenacolo Vinciano: il suo preciso realismo e l’uso della prospettiva.

Analizzare il contesto, in cui l’opera si posiziona, permette infatti di comprendere queste scelte di Leonardo. Un aspetto fondamentale, da non ignorare, è proprio la collocazione dell’Ultima cena, nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie. L’opera si trova su una parete, sul fondo di una grande sala, dove i frati domenicani erano soliti consumare i loro pasti, in totale silenzio.

La scena, di dimensioni imponenti, doveva essere viva, perfettamente integrata con la sala. I presenti del refettorio dovevano avere l’impressione che la cena si svolgesse proprio davanti a loro, nel preciso momento in cui erano seduti alla loro mensa.

Per questo motivo, Leonardo da Vinci sfonda la sala con una scatola prospettica. É come se prolungasse il refettorio milanese, dando l’illusione di ampliare lo spazio reale.

Lo spazio è quindi rappresentato attraverso la prospettiva lineare. Il punto di fuga è posto in corrispondenza della tempia destra di Cristo, a 4 metri di altezza. Le linee di profondità sono individuabili negli spigoli della tavola, nel disegno a cassettoni del soffitto, nella successione degli arazzi appesi alle pareti laterali. Al di là della parete di fondo, oltre le finestre, si apre uno spazio naturale, modulato e disteso.

Leonardo inoltre immagina 2 sorgenti di luce che investono lo spazio: una è quella dipinta, che proviene dalle 3 finestre alle spalle degli apostoli; l’altra è quella reale e proviene dalle vere finestre del refettorio.

La sua strategia è volta a proiettare lo spettatore al centro della scena. Rende il pubblico partecipe dell’episodio rappresentato. Chi osserva diventa il 13° testimone dell’evento che si sta svolgendo.

Questa abilità di riuscire a risucchiare lo spettatore al centro dello spettacolo, fu possibile grazie al suo studio appassionato della realtà e la sua profonda conoscenza della natura umana.

Il realismo e l’attenzione assoluta dei dettagli (bicchieri, piatti, pieghe della tovaglia) rendono l’opera straordinaria.

L’episodio è ambientato durante i festeggiamenti della Pasqua Ebraica. Sono proprio i dettagli, che fanno comprendere che ci troviamo di fronte al menù tipico di questa occasione: pane azzimo, lo sherazade (salsa di frutta ebraica), vino, agnello arrostito ed erbe amare.

L’aspetto che stupisce di più, è proprio la sua capacità di rappresentare alla perfezione la tempesta di emozioni sui volti e nei gesti degli apostoli (rabbia, dolore, sorpresa, incredulità, angoscia).

Leonardo da Vinci riesce a dipingere il pensiero, i turbamenti, persino il carattere degli apostoli con il linguaggio del corpo, delle mani e dei volti, studiati dapprima in disegni preparatori.

Inoltre, per la prima volta viene rappresentato il movimento. Il dipinto diventa un racconto di storia vissuta, un’istantanea che ferma un attimo preciso. Tutti gli apostoli sono in movimento, travolti dal moto ondoso delle loro emozioni, una qualità cinematografica assolutamente moderna.

Raffigurazione di un vortice di sentimenti

Leonardo da Vinci, nell’Ultima Cena, ha quindi voluto rappresentare un vortice di sentimenti. Le reazioni espressive che ritroviamo nell’atteggiamento degli apostoli, dovevano toccare nell’animo ogni frate che assisteva alla scena.

Partendo da sinistra, vediamo insieme come gli apostoli vengono rappresentati. Il primo gruppo di apostoli è composto da Bartolomeo, Giacomo Minore ed Andrea.

Bartolomeo reagisce con più energia. É in piedi, con le mani appoggiate saldamente al tavolo ed il corpo teso verso Gesù. Non vuole credere alle terribili parole pronunciate e ne chiede quasi conferma.

Giacomo Minore al contrario, cerca il contatto ed il conforto. Poggia una mano sul braccio di Andrea e con l’altra mano tocca la spalla di Pietro, come a richiamare la sua attenzione.

Andrea ha la posa più eloquente. É fermo e solleva in alto le mani, con i palmi rivolti all’esterno. Sembra voler allontanare ogni sospetto su di lui, come a dire “Io non sono stato!”.

Il secondo gruppo di apostoli ritrae Pietro, Giuda e Giovanni. Pietro, fratello di Andrea, è focoso, ha in mano il coltello, in una contorsione del braccio destro alquanto anomala. Questo gesto ricorda un episodio, che avvenne, dopo l’Ultima Cena, a Getsemani. Pietro infatti cercherà di difendere Gesù, quando tentarono di arrestarlo.

Giuda, traditore in incognito, si ritrae da Cristo. É isolato, ma in posizione centrale. Non viene rappresentato, come nelle ultime cene degli altri artisti, in disparte, alla fine o all’inizio della tavola. Giuda qui è in mezzo agli apostoli, poggiato sul tavolo. É rappresentato con il volto stupito e scioccato, perché si accorge di essere stato scoperto. Per questo motivo perde il controllo, sobbalza e rovescia il sale. Nel cuneo della mano destra tiene ben stretto il sacchetto dei 30 denari. Mentre la mano sinistra è aperta, in posizione di artiglio, speculare a quella sinistra di Cristo.

Giovanni è invece tranquillo. Ha le mani conserte ed ascolta in silenzio le parole che Pietro gli sta sussurrando all’orecchio. Quest’ultimo gli suggerisce di chiedere a Cristo chi sia il traditore. Ha lo sguardo assorto e malinconico. Forse i minori dubbi sono presagio di una confidenza del Cristo. Lui sa la verità.  La fisionomia dell’apostolo Giovanni è quasi femminea, ma non va controcorrente. L’apostolo è sempre rappresentato come un giovane dall’aria efebica e dal viso glabro.

Il terzo gruppo fotografa altri 3 apostoli: Tommaso, Giacomo Maggiore e Filippo. Tommaso tiene un dito verso l’alto e si piega verso Gesù, come a voler mettere in dubbio le parole del Cristo.

Giacomo Maggiore è seduto ed allarga le braccia platealmente, in segno di sconcerto. Vuole dimostrare che non ha nulla da nascondere con questo suo gesto.

Filippo ha il volto pieno di sgomento, in piena confusione. È disegnato in piedi, con le mani al petto, come se stesse esclamando “Sono io Signore?”.

L’ultimo gruppo vede Matteo, Simone e Taddeo che conversano e si confrontano tra loro. Matteo tende le braccia verso Gesù, ma ha il busto ed il viso che guarda Simone e Taddeo. Sta comunicando loro la terribile angoscia che lo affligge.

Simone rimarca al proprio vicino, come possa essere stato proprio Cristo a pronunciare quelle parole.

Infine Taddeo con le mani aperte verso l’alto, è meravigliato di quello che ha sentito. Si trova in uno stato di confusione ed incredulità.

Come viene rappresentato Gesù nell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci

Gesù nel Cenacolo Vinciano è al centro della scena. È rappresentato da solo, isolato dalla luce che proviene alle spalle.
Più grande rispetto agli apostoli, Gesù non ha alcun contatto con essi. È come se fosse lontano, ma dentro ognuno di loro. Si sottolinea così la sua potenza divina, e il suo movimento investe tutti i 12 apostoli.

Gesù non viene rappresentato con l’aureola, come solitamente si usava fare all’epoca. Questa scelta artistica di Leonardo ha voluto sottolineare la sua umanità.

Gesù sembra quasi assorto e distaccato da tutti. Non ha dubbi, ma assoluta certezza che contrasta con gli altri uomini.

Leonardo lo raffigura come un giovane uomo, dai lunghi capelli castano chiari che gli scendono fin sulle spalle e una corta barba bruna sul viso. Indossa una tunica rossa, sopra cui è appoggiato un mantello azzurro.

Le sue braccia sono posate sul tavolo e il viso è reclinato. Gli occhi socchiusi guardano verso il basso e la bocca è leggermente aperta, nella posa di chi ha appena finito di parlare.

La posizione delle braccia del Cristo in particolare, forma in controluce una sagoma triangolare. Questo triangolo, rappresentato nell’atteggiamento di Gesù, è la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo.

Presenza che ritroviamo anche nell’ambiente circostante: i discepoli sono riuniti a gruppi di 3 e 3 sono le finestre alle spalle di Gesù, che mostrano il paesaggio lombardo in lontananza.

Per quanto abbiamo descritto, Il Cenacolo Vinciano è stato dichiarato nel 1980 come patrimonio dell’umanità dell’Unesco, La preziosa opera è ancora oggi costantemente sotto osservazione, con strumenti che monitorano il suo delicatissimo stato di conservazione.

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