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Anche l’outdoor inquina!

Natura e Sport rappresentano, in teoria,  un’accoppiata vincente sul fronte del benessere fisico e di quello mentale.

Non tutto è oro ciò che luccica però, come dimostra  Greenpeace in “Tracce nascoste nell’outdoor”, un rapporto presentato oggi da Greenpeace a Monaco di Baviera, nel corso di ISPO, la maggiore fiera del settore outdoor in Europa.
Diverse aziende famose  e note sia per i loro prodotti che per il loro costo, come The North Face, Patagonia, Mammut, Salewa e Columbia, continuano  infatti a  usare sostanze inquinanti come i composti poli- e per- fluorurati (PFC)  per impermeabilizzare, in particolare, i loro prodotti, nonostante si dichiarino a parole sostenibili e amanti della natura.

I PFC sono composti chimici che non esistono in natura. Una volta rilasciati nell’ambiente, si degradano molto lentamente ed entrano nella catena alimentare (sono stati rinvenuti anche nei tessuti animali, come il fegato degli orsi polari, nei pesci e persino nel sangue umano), provocando una contaminazione pressoché irreversibile e potenziali seri danni al sistema riproduttivo e ormonale favorendo, inoltre,  la crescita di cellule tumorali. Sono stati trovati perfino nelle aree più remote del pianeta come dimostra, tra l’altro,  una ricerca dello scorso anno della stessa Greenpeace, in cui emerse la presenza di PFC in campioni di acqua e di neve prelevata in aree remote di 3 continenti.

Greenpeace nei mesi scorsi ha acquistato  quaranta diversi  prodotti  outdoor in 19 diversi  paesi ,tra cui l’Italia, in particolare quelli con trattamenti idrorepellenti durevoli e antimacchia: giacche, pantaloni, scarpe,  zaini, tende, sacchi a pelo,  corde da arrampicata  e guanti dei marchi più  famosi. Dalle analisi effettuate, eseguite da un laboratorio indipendente e specializzato, sui prodotti  a cui era stata eliminata le etichette con i loghi delle aziende, è emerso che solo quattro  di questi erano privi di PFC.

Una cattiva notizia per il fatto che la maggior parte dei prodotti è risultata inquinante; parallelamente, giusto per cercare il bicchiere mezzo pieno, anche il  segno tangibile  del fatto che è possibile produrre capi di abbigliamento e attrezzature idrorepellenti e antimacchia senza fare ricorso a composti chimici pericolosi per l’ambiente e la salute umana. I risultati non possono che lasciare l’amaro in bocca, considerando che i marchi in questione si presentano, in molti casi, come amici dell’ambiente, per il solo  fatto che producono l’abbigliamento e attrezzatura per gli appassionati che vogliono vivere la natura in prima persona. Il classico predicare bene e razzolare male.

14 dei 40 prodotti  analizzati sono stati prodotti in Vietnam, 12 in Cina, 2 in Romania, 2 in Turchia, 2 nelle Filippine, 2 in Bangladesh,  quindi in zone del Sud del Mondo a bassissimo costo di mano d’opera. Considerando l’elevato prezzo di vendita dei prodotti dei marchi in questione, vuol dire che i margini di profitto  sono  presumibilmente molto  elevati. Guadagnare un po’ meno su questi prodotti, destinati nella maggior parte dei casi a vivere la Natura in modo responsabile e sostenibile, ma avere un mondo meno inquinato è chiedere troppo da parte dei consumatori?  Ci auguriamo poi, che venga rispettata non solo la nostra salute ma anche quella dei lavoratori delle fabbriche in cui questi prodotti vengono realizzati.  E questo potrebbe essere lo spunto per una prossima analisi…..

Per leggere il rapporto di Greenpeace>>

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