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Gerogompos

Dopo un lungo viaggio in mare, finalmente vedo l’orizzonte. Guardo meglio: c’è un faro bianco solitario sull’altopiano. Una terra abitata!

Durante la lunga traversata ho patito il brutto tempo, il contatto troppo stretto con compagni così diversi da me, il caldo, il freddo. Non ne potevo più.

Il mare è calmo. È un attimo. Mi lascio scivolare fuori dalla barca. Dapprima il contatto con l’acqua mi regala un piacere immenso. Che senso di liberazione! Inizio a nuotare verso la riva con possenti bracciate. Il sole ha lasciato il cielo screziato di rosso e il mare sembra brillare. Nuoto in mezzo alla luce. Poi, piano piano, le braccia diventano sempre più pesanti. Forse la terra è troppo lontana per me. Forse ho sbagliato i calcoli. Forse sono stato imprudente.

Calma. Ultimamente mi sono imposto di affrontare un passaggio per volta. Ormai non posso tornare indietro. Però non ce la faccio più.

Proprio quando il buio mi avvolge rubando le mie ultime energie, sulla costa il faro si accende. La sua luce sembra parlarmi: “Lungo, breve, breve, pausa”.  Mi suggerisce il ritmo delle bracciate e del respiro. Se mi concentro su questo gioco posso distrarmi e avvertire meno la fatica.

Come sarà la gente a terra? Hanno detto che laggiù gli ospiti sono sacri. Sarà vero? È meglio che mi concentri sul rumore dell’acqua spostata dalle braccia. Un problema per volta.

Il faro si avvicina. Pare circondato da scogliere: non sembrano troppo alte, ma ci sarà un passaggio? È tutto così scuro e minaccioso.

C’è una piccola luce a destra del faro. Quasi sul mare. Provo a nuotare in quella direzione.

Paura.

Lungo, breve, breve, pausa” che ritmo assurdo. Sono sempre più stanco.

Ci sono sassi appuntiti, ma proprio sotto la piccola luce c’è un possibile varco. Mi aggrappo alle rocce. Sono ruvide, coperte di alghe e patelle. Mi scortico un ginocchio issandomi su uno scoglio: è sempre quello. La vecchia ferita si riapre e inizia a sanguinare.

 

Giovanna Morgavi

 

Photo Credits Laura Antoniolli

 

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