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Un piede a Itaca

Tocchiamo Itaca verso il tramonto, ci vogliamo dirigere a Nord, la parte “più omerica” dell’isola, iniziamo la salita, costeggiando il Nerito, dove le rocce emergono con più evidenza, lasciando ai lentischi e ai corbezzoli uno spazio sempre minore.

In faccia ci spira il vento di Itaca, quando scendiamo dalla macchina la vediamo al di sotto, distesa come una donna addormentata, un po’ scomposta a prendere spazio in un letto grande.

Le capre continuano a belare e a passare, senza lasciarsi sorprendere da macchine e persone: distanti da tutto, appartengono completamente al luogo – penso.

Noi seguiamo l’indicazione per Anogì, che significa “terra in alto” ed era il centro principale nel Medioevo, mentre oggi è in quasi totale abbandono.

Ad Itaca si respira ovunque l’assenza e io devo sforzarmi di immaginare tutto: la grotta di Ulisse, il suo palazzo nelle colline di Strabos e qui, in alto, il centro medievale con la cinta muraria, le botteghe e le case.

In uno slargo, che non è più nemmeno la piazza di un tempo, la chiesa della Dormitio Virginis e il suo campanile, nella loro bellezza seicentesca, mi dicono che non tutto è perduto e che alla fine quel poco che resta è ciò che vale davvero.

Si sta facendo scuro, per fortuna il buio nasconde l’abbandono intorno, un lampione instabile e poche lampadine su un filo volante, come in una vecchia cucina, illuminano lunghi tavoli pronti per la cena.

Si diffonde con prepotenza un inequivocabile odore di pollo arrosto che sa di campagna, di tavolate per la mietitura di luglio.

A sinistra riesco a vedere una casa bassa, all’interno si accendono le luci e sembrano tre piccoli fari. È da lì che parte il movimento di piatti, posate e vivande. È lì che mi dirigo, naturalmente.

Non la vedo subito, Sofia sta dietro a un tavolo pieno di oggetti diversissimi, bottiglie, bicchieri, una suppellettile domestica che non ti aspetteresti in quel posto e poi quaderni, pennelli, penne, pezzetti di tela, che ti portano altrove. La parete posteriore zeppa di detersivi con scatole di cartone rosso sembra un poster anni ’60.

Alzo lo sguardo e mi appare davanti: il viso sorridente incorniciato da una massa di riccioli grigi, come un’aureola. Si muove a grandi passi nello spazio della stanza, totalmente presente, sistemando teli e cuscini su piccoli divani addossati alle pareti.

Come si fa a vivere qui e decidere di cucinare solo polli arrosto e a mantenere il sorriso? Ad accendere tutte le sere le luci? Ho bisogno di saperlo, cerco un’occasione dopo cena. Lei acconsente. Ci sediamo fuori e inizia il suo racconto.

Mi rendo conto che sto ascoltando un’altra Odissea, l’odissea di una donna che ha viaggiato 20 anni, fuggendo la noia dell’abitudine, delle tele da tessere ogni giorno, spinta dalla mancanza di luoghi non conosciuti.

Poi 5 anni fa, una sera d’estate, ventosa come questa, è tornata, non si è voluta fermare dentro quello che la vita le offriva: metro, grattacieli, centri commerciali con chilometriche scale mobili.

Evito un addio. Ho bisogno anch’io di un ritorno a Itaca, per sentire ancora la voce di Sofia raccontarmi come alla fine è riuscita ad allontanare da qui paura, freddo e inquietudine.

Giovanna Scuderi

Photo Credits Laura Antoniolli

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